Esodati, smentiti i numeri del Governo

Continua la contestazione degli esodati che dopo una settimana di speranze prima nate e poi interrotte dallo stop alla da parte del Ministro dell’Economia settima salvaguardia Pier Carlo Padoan che nel corso del question time, ha dichiarato come le risorse non sono più disponibili per il semplice motivo che i risparmi di cui si era parlato nel recente passato non avessero nessun tipo di fondamento. La situazione si potrebbe in parte sbloccare nel caso in cui venissero accertate l’esistenza e l’entità precisa si questi risparmi. Opinioni diametralmente opposte vengono, invece, dal comitato degli esodati che definiscono le dichiarazioni del ministro totalmente insufficienti. Una condizione di netto contrasto viene sottolineata dal presidente del gruppo che fa notare come la volontà politica di superare il problema sia stata già ampiamente manifestata dal Parlamento attraverso la proposta di legge che è stata  approvata in maniera del tutto unitaria dai diversi partiti presenti in Commissione.

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E’ il Governo che invece ha esposto le sue perplessità sulla questione della salvaguardia mandando all’aria quello che si stava faticosamente costruendo. Il fondo apposito, aggiunge il presidente del comitato degli esodati, esiste ed è stato realizzato, però, da altri Governi precedenti. “Quello attuale – continua – non solo non ha stanziato un euro, ma cerca di depredare i 3 miliardi di residui”. Insomma dati contrastanti quelli comunicati dal Governo e dagli esodati che promettono di continuare la lotta senza interruzione fino a quando non gli sarà dato ciò che gli spetta. 

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Riforma delle pensioni, nuova apertura di Poletti: “Si farà”

Non sembra del tutto chiusa la questione delle pensioni. Il dibattito è, infatti, lontano dall’essere spento e le posizioni, anche all’interno della stessa maggioranza di Governo, sembrano essere tutt’altro che vicine. Man mano che si avvicina la data fatidica del 15 ottobre, le polemiche non si spegneranno con le minoranze che faranno di tutto per impedire che i lavori abbiano un lieto fine. L’introduzione dei nuovi criteri di flessibilità per consentire l’uscita anticipata dal lavoro rispetto a quello che viene descritto nella legge Fornero, deve avere l’obbiettivo di offrire ai lavoratori la possibilità di andare in pensione a 62 anni con delle penalità che si riflettono sull’abbassamento degli assegni pensionistici. Ma l’altolà del Ministero è stato come un vero e proprio fulmine a ciel sereno  con la motivazione di un costo dell’intera operazione che probabilmente è considerato del tutto insostenibile.

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Mentre la Cgil, come tutte le parti politiche di opposizione, spingono per una riforma immediata che possa anticipare il processo di flessibilità, anche all’interno del centro sinistra aumentano ogni giorno le posizioni più “morbide” circa la possibilità di realizzare una proposta, anche in tempi brevi. Una voce per certi aspetti contrastante a quella del ministro Padoan, arriva da una figura importante nel Governo, il ministro Poletti che, ancora una volta, veste i panni del pompiere annunciando come il tema della flessibilità sulla riforma pensionistica sia ancora totalmente tema aperto e come i tecnici dell’esecutivo siano impegnati affinché possa essere realizzata, nel più breve tempo possibile. 

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Pensione sempre più una chimera per gli insegnanti

Si sa, l’Italia è un paese che sta invecchiando e la scuola italiana è diventata esattamente lo specchio del suo paese. I docenti italiani infatti, sono tra i più anziani di tutti i paesi d’Europa, come riporta la media rilevata nello scorso anno scolastico, di 55 anni di età. Secondo Italia Oggi, l’invecchiamento docente è dato dai 30 mila insegnanti con la media di 64 anni, andati in pensione solo il 1° settembre scorso, sulla media di oltre 700 mila professori di ruolo in totale.

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Purtroppo, non vi sarà alcun ricambio generazionale previsto dalla Buona Scuola di Renzi, poiché i nuovi assunti e precari avranno una media di età tra i 40 ed i 50 anni.  Viene dunque negata la possibilità di un’istruzione più moderna e attuale che un giovane professore può dare ai suoi studenti. Non andrà di certo meglio agli alunni delle scuole primarie, i quali potrebbero avere maestre già nonne, che hanno già visto più di 67 primavere. Conseguenze causate non solo dall’assenza di un numero adeguato di concorsi per la cattedra che avrebbero potuto mandare in pensione un buon numero di docenti, ma anche dalla Riforma Fornero che, cambiando i requisiti di anni di contributi e di età, ha costretto tanti anziani docenti a tenere ancora occupate le cattedre per alcuni anni.

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Ufficiale, nessun provvedimento sulle pensioni

Dopo tante indiscrezioni, conferme e smentite oggi arriva la conferma ufficiale di quello che, in realtà, già si sapeva da tempo: il tema delle pensioni anticipate non andranno ad essere inserite all’interno della legge di Stabilità. A confermalo è lo stesso ministro dell’Economia Padoan che ha spiegato, in linea di massima, il contenuto della nuova Legge di Stabilità. Conferme della giustezza del principio di flessibilità che dovrà entrare, prima o poi, all’interno del sistema previdenziale, ma non per ora. Il problema sarebbe, ancora una volta, di tipo prettamente economico, cioè, in parole povere, essenzialmente di coperture. Il rinvio potrebbe essere di un anno, o anche più. Sfumano le aspettative di coloro che speravano in una riforma che potesse alleggerire la quantità di anni necessari per ottenere l’assegno pensionistico con la possibilità di uscita anticipata.

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Ma se ne riparlerà nei prossimi mesi, come ha dichiarato lo stesso ministro al margine dell’incontro con Matteo Renzi. Il tutto dovrebbe avvenire con un disegno di legge realizzato appositamente. Per quanto riguarda la Legge di Stabilità dovrebbero essere confermate le riduzioni del carico fiscale che grava sulle abitazioni degli italiani. La Tasi, in particolare, dovrebbe subire un forte taglio o, probabilmente dovrebbe essere del tutto eliminata. Saranno cancellate anche le clausole di salvaguardia che erano state introdotte con la vecchia legge precedente. La quantità di risorse disponibili sarà di oltre 27 miliardi di euro.

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Pensioni, arriva anche l’altolà di Bruxelles

Dopo i dubbi dello stesso primo ministro Matteo Renzi, la riforma sul sistema pensionistico italiano riceve l’altolà anche da Bruxelles. Così i tecnici dell’UE, dopo aver dimostrato dubbi sull’effettiva possibilità di eliminare le imposte sulla casa, ora spengono le speranze anche per una riforma che possa prevedere un sistema di maggiore flessibilità per quanto riguarda i sistema pensionistico. Anche lo stesso esecuivo a guida Pd aveva consigliato una certa prudenza sul tema del sistema previdenziale aggiungendo come non sia all’ordine del giorno una modifica sulle pensioni, almeno per ora.

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Il rischio è che con interventi troppo incisivi sul sistema si possa compromettere la stabilità dei conti che a fatica il Governo ha raggiunto in questi mesi. Ma, come spesso accade, al’interno del partito di maggioranza sono davvero tanto le idee contrastanti e più di uno ha obbiettato come una riforma del sistema previdenziale italiano debba essere una priorità assoluta per il governo.  In realtà anche gli stessi ministri hanno più volte posto l’accento sull’inadeguatezza della riforma Fornero giudicata come eccessivamente preclusiva per i giovani e penalizzante per i più “anziani” che hanno ben poche possibilità di ritirarsi dal lavoro anticipatamente, come si vorrebbe fare, invece, con la riforma proposta da più parti. Le stime dell’UE sono molto allarmanti per il nostro paese, come tutte le nazioni europee che si trovano a fare i conti con una situazione demografica davvero preoccupante.

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Pensioni, nessun cambiamento in vista; resta la Fornero

Quella della riforma delle pensioni sta diventando una vera e propria telenovela. La flessibilità in uscita, il rispetto dei conti dello Stato e dei parametri di Bruxelles hanno messo in continua difficoltà l’esecutivo di Matteo Renzi che fino ad ora non è nemmeno riuscito a trovare coperture sufficienti per garantire maggiori garanzie per gli esodati. Insomma una gran confusione regna su Palazzo Chigi.

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Quello che sembrerebbe profilarsi, tra il gran can can di ipotesi, variazioni e bonus, è quello di un rinvio che rimanderebbe la questione a tra qualche anno. Insomma tanto rumore per nulla e soprattutto nessun tipo di tutela per i tanti lavoratori che aspettavano con ansia un qualche miglioramento che potesse alleviare le morse di un sistema previdenziale tra i più austeri del vecchio continente. Le dichiarazioni ufficiali di ieri di Palazzo Chigi non lasciano dubbi: la riforma verrà rimandata al 2018. A dichiararlo è il sottosegretario della Presidenza del Consiglio Luca Lotti, che a margine della festa del giornale L’Avanti, ha messo in chiaro come, per ora, nessuna modifica sarà effettuata come, tra l’altro, era trapelato da una serie di dichiarazioni del Primo Ministro Matteo Renzi a Porta a Porta.

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Pensioni, aumenta l’età pensionabile per le donne

Una serie di avvenimenti hanno radicalmente cambiato l’agenda del governo Rezni riguarda la riforma delle pensioni. Un rinvio che ha seccato notevolmente i rappresentanti sindacali che hanno puntato il dito contro il mancato adeguamento del sistema pensionistico per gli esodati. Una nuova stretta sembra che arriverà per le donne che per l’anno prossimo vedranno la loro età pensionabile aumentare notevolmente. Si tratta di un anno e 10 mesi il periodo di allungamento per le donne del settore privato che ora dovranno lavorare fino all’età minima di 65 anni e 7 mesi, contro i 63,9 previsti nel 2015. Quello che emerge dai dati pubblicati è che l’età con la quale le donne nel nostro paese del settore privato sarà la più alta di tutti i paesi europei. E’ di due anni più alta, infatti, l’età pensionabile per le donne italiane.

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Un aumento che continuerà senza soste nel periodo che va dal 2014 al 2020, sei anni nei quali aumenterà superando notevolmente la media europea con quattro anni in più rispetto agli attuali. Discorso molto simile per quanto riguarda gli uomini che in questo periodo vedranno l’età pensionabile crescere, nell’intervallo che va dal 2013 e 2020, di tre anni. Anche per quanto riguarda gli uomini si tratta di un vero e proprio record rispetto a tutti gli altri paesi in Europa con ben tre anni in più.

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Pensioni, alle donne importi al di sotto dei mille euro

In termini pensionistici le disparità che si registrano sui luoghi di lavoro tra uomini e donne, si riflettono in maniera sempre più notevole sul peso degli importi che i pensionati si trovano ogni mese nelle loro tasche. Così se nel nostro paese la quota di pensionati donne è superiore a quella degli uomini con il 52%, l’ammontare  di pensioni totale che arriva sul conto del gentil sesso è inferiore alla metà del totale, attestandosi su una percentuale del 44%. I dati sono riferiti al 2013, anno durante il quale il sistema pensionistico del nostro paese ha erogato ai pensionati italiani una quantità totale di 23,3 milioni di euro di pensioni ad una quantità di pensionati che supera i sedici milioni di individui per una spesa che complessivamente raggiunge i 272.746 milioni di euro.

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Di questi sedici milioni di pensionati, oltre 8 milioni, 8,7 per precisione, sono donne le quali percepiscono, in media, un contributo che è notevolmente più basso di quello maschile. Insomma se un pensionato di sesso maschile riceve, in media, una pensione di poche decine di euro inferiore ai 14mila euro con 13.911, le donne dispongono di una pensione che in media non arriva neppure alla soglia di diecimila euro con 9.195 euro. Una differenza di quasi cinquecento euro per il sesso femminile che si posiziona ben  al di sotto dei mille euro mensili con 766 euro, una soglia che invece viene abbondantemente raggiunta dall’altro sesso con una media di 1.159 euro. 

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Il futuro delle pensioni in Italia

E’ innegabile, quando si parla di pensioni, l’Italia naviga a vista, stretta da una parte tra “anziani” che non si ritirano mai (essendo stata portata l’età pensionabile a 67 anni e 7 mesi), ma di cui le aziende vorrebbero liberarsi, e dall’altra da un mix di nascite carenti e giovani che non riescono ad impiegarsi. Se a questo si aggiunge un mercato del lavoro che se non è immobile è precario, si capisce perché il flusso di entrate garantite dai contributi è destinato ad assottigliarsi sempre di più. E allora sorge spontanea la solita domanda: percepirò mai la mia pensione? E se sì, in quale misura?

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Difficile dirlo, soprattutto alla luce dei recenti tentativi del governo di trattare con i lavoratori “anziani” desiderosi di un anticipo sul pensionamento con decurtazioni tra il 10 e il 30% dell’assegno. Forse la risposta rimane una e prende il nome di Fondo pensione complementare. Di cosa si tratta? Semplice. Si parla di previdenza complementare con riferimento ad un versamento supplementare rispetto ai normali contributi, ma non obbligatori né sostitutivi. Di fatto, si crea per chi sceglie questa forma, un conto presso cui vengono effettuati dei versamenti che prenderanno il via verso i mercati finanziari.

All’età pensionabile, l’aderente potrà avere l’importo maturato in due forme:

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La riforma delle pensioni

La riforma delle pensioni

La riforma delle pensioniDal 1° gennaio 2012, le anzianità contributive maturate dopo il 31 dicembre 2011 vengono calcolate per tutti i lavoratori attraverso l’utilizzo del sistema di calcolo contributivo, il nuovo metodo di calcolo che sostituisce quello del calcolo retributivo. Il sistema contributivo è un sistema di calcolo della pensione che si basa sui contributi che vengono versati dal lavoratore durante il periodo di attività lavorativa. L’età prevista per la pensione di vecchiaia, per le donne iscritte all’AGO e forme sostitutive, a partire dal 1° gennaio 2012 è di 62 anni ed entro il 2018 arriverà a 66 anni, esattamente come per gli uomini. Da gennaio 2012 inoltre, per le lavoratrici autonome e le iscritte alla Gestione separata, l’età pensionabile è di 63 anni e 6 mesi e nel 2018 arriverà a 66 anni di età.

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